mercoledì 1 agosto 2007

Socrate uomo e filosofo

Corre l'anno 399 a.C., e ad Atene il filosofo Socrate si presenta davanti ai giudici per difendersi da una pesante accusa, che lo vuole corruttore dei giovani e creatore di nuovi culti religiosi. Ma in realta', il processo a cui viene sottoposto e' unicamente un processo politico. Infatti scavare nell'animo umano, aprire la mente ai suoi concittadini, rappresenta per le istituzioni un rischio troppo grande da correre. E per l'anziano filosofo il verdetto e' inappellabile: un sorso di cicuta, e chiudera' gli occhi per sempre.

Su Socrate, maestro di ironia e di sapienza, gli aneddoti si sprecano: "una volta, sopportando i calci che aveva ricevuti da un tale, a chi si meravigliava del suo atteggiamento paziente, rispose: 'Se mi avesse preso a calci un asino, l'avrei forse condotto in giudizio?'. (cfr. D.L., II, 21). "Interrogato se bisognasse sposarsi o no, rispose:'In entrambi i casi, ti pentirai'(cfr. D.L:, II, 33). E' rimasto proverbiale il suo rapporto con la moglie Santippe: "Alla moglie che gli disse:'Tu muori innocente', ribattè:'E tu volevi che io morissi colpevole?' " (cfr. D.L., II, 35). "Una volta Santippe prima l'ingiuriò, poi gli versò addosso l'acqua; egli commentò:'Non dicevo che il tuono di Santippe sarebbe finito in pioggia?' "... Ad Alcibiade che gli diceva che il minaccioso brontolio di Santippe era insopportabile, replicò:'Ma io mi ci sono abituato, come se udissi il rumore incessante di un argano. E tu - soggiunse - non sopporti lo starnazzare delle oche?'. E poiché Alcibiade obiettò:'Ma esse mi producono uova e paperi', Socrate replicò:'Ma anche a me Santippe genera i figli'" (cfr. D.L., II, 36-37).

Fonti: http://www.filosofico.net/

2 commenti:

Hermano querido ha detto...

Una volta Valentino Bompiani aveva fatto circolare un motto: Un uomo che legge ne vale due. Detto da un editore potrebbe essere inteso solo come uno slogan indovinato, ma io penso significhi che la scrittura (in generale il linguaggio) allunga la vita. Sin dai tempi in cui la specie incominciava a emettere i suoi primi suoni significativi, le famiglie e le tribù hanno avuto bisogno dei vecchi. Forse prima non servivano e venivano buttati quando non erano più buoni per la caccia. Ma con il linguaggio i vecchi sono diventati la memoria della specie: si sedevano nella caverna, attorno al fuoco, e raccontavano quello che era accaduto (o si diceva fosse accaduto, ecco la funzione dei miti) prima che i giovani fossero nati. Prima che si iniziasse a coltivare questa memoria sociale, l'uomo nasceva senza esperienza, non faceva in tempo a farsela, e moriva. Dopo, un giovane di vent'anni era come se ne avesse vissuti cinquemila. I fatti accaduti prima di lui, e quello che avevano imparato gli anziani, entravano a far parte della sua memoria.

Oggi i libri sono i nostri vecchi. Non ce ne rendiamo conto, ma la nostra ricchezza rispetto all'analfabeta (o di chi, alfabeta, non legge) e' che lui sta vivendo e vivrà solo la sua vita e noi ne abbiamo vissuto moltissime. Ricordiamo, insieme ai nostri giochi d'infanzia, quelli di Proust, abbiamo spasimato per il nostro amore ma anche per quello di Priamo e Tisbe, abbiamo assimilato qualcosa della saggezza di Solone, abbiamo rabbrividito per certe notti di vento a Sant'Elena e ci ripetiamo, alla fine della fiaba che ci ha raccontato la nonna, quella che aveva raccontato Sheherazade.

A qualcuno tutto questo dà l'impressione che, appena nati, noi siamo già insopportabilmente anziani. Ma è più decrepito l'analfabeta (di origine o di ritorno), che patisce arteriosclerosi sin da bambino, e non ricorda (perchè non sa) che cosa sia accaduto alle Idi di Marzo. Naturalmente potremmo ricordare anche menzogne, ma leggere aiuta anche a discriminare. Non conoscendo i torti degli altri l'analfabeta non conosce neppure i propri diritti.

Il libro è un'assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All'indietro (ahimé) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto.

Umberto Eco La bustina di Minerva. Perchè i libri allungano la vita, 1991

antipapa ha detto...

Hermano, concordo pienamente sulla grande importanza che da sempre riveste "il libro". Un filosofo, credo schopenhauer, riteneva addirittura che il mondo si dividesse in due grandi categorie, "uomini con libri" e "uomini senza libri".
Avere la cultura del libro significa muovere i propri passi, nelle diverse incertezze della vita, potendo contare su di un importante sostegno, che ci aiuta, nella maggior parte dei casi, ad indicarci la giusta riflessione, insieme alla corretta strada da seguire...
...E' importante, ovviamente, che alla "cultura del libro", faccia seguito una "cultura del fare", in quanto le due cose rappresentano, come diceva Voltaire, il segreto di ogni verità:

"Come l'inspirare e l'espirare, l'una non potrebbe esistere senza l'altra..."