venerdì 9 febbraio 2007

Le imprese di Macaroot - III puntata


Anno del Signore 1349,

un anno prima a Genova giunsero le navi che dal medio oriente portarono con se la peste che in cinque anni farà in Europa venticinquemilioni di morti. Muore la regina Giovanna II di Navarra e le succede Carlo II il malvagio. A Milano era da poco morto Luchino Visconti, avvelenato dalla terza moglie Isabella Fieschi. E mentre la città di Bari viene assediata ed espugnata dall’esercito ungherese guidato da Re Luigi, non lontano dal Regno di Lenola, Città delle Scale Lunghe, nascosta dalla Grande Rava, sul fiume Vallone Che Non C’è Più, dove in un Castellocemento regnava re Oo, detto Oo l’assente, Macaroot, il cavaliere errante, veniva con forza bruta strattonato da un umile, sudicio e prucchioso oste.

- Messere. Messere….sveglia! Si svegli Messere… si svegli!
- Umhhh… grassie, grassie…. sibilò Macaroot ancora in fase rem.
- Ma quale grazie se ancora non...
- Va beh, ho capito ti faccio una ricetta…
- Ricetta?!?… lei mi deve pagare Messere, altro che ricetta!
- Pagare!?!! Ma come?!? Vi ho risolto il problema dell’acqua, ritorno a casa da trionfatore e tu mi chiedi di pagare?
- Ma quale acqua e trionfatore… ma quale casa… che la peste mi colga se ci capisco qualcosa. Senta, qui siamo nella Contea di Pastena… e per la precisione nella locanda del Cappio Laccato… avete mangiato, fumato e bivaccato e ora mi deve esattamente 87 squarau.

Dopo circa due ore Macaroot si rese conto di aver sognato un ritorno da paladino errante, accolto dalla banda di ottoni e da giullari in festa nel Regno di Re Oo. Pagò all’oste quanto dovuto, si accese una sigaretta e riprese il suo viaggio.

L’audace e democratico Macaroot sul suo cavallo Ghibli cavalcò tre giorni e tre notti finchè Ghibli affumicato non disse basta e scappò, e allora Macaroot noleggiò il somaro Otello e con quello somarò altri due giorni e due notti, finché giunse nel bosco di Ambrifi, ove vivevano i terribili e neri minicanikiller al soldo di un cavaliere da tempo fuori da ogni regola e convenienza sociale che aveva abbracciato una vita equivoca divenendo presto cinico, sfrontato e volgare: Tak Cettuk detto Trequintali.

A gli occhi di Macaroot, Ambrifi sembrava un normale bosco, folto e silenzioso. Ma verso notte, iniziò a riempirsi di ombre paurose e misteriosi rumori, mentre un vento gelido fischiava tra i tronchi dei secolari castagni. Macaròt accese un falò, una sigaretta e dopo un frugale pasto a base di castagne si accese un’altra sigaretta. Poi la spense e si mise a dormire.

Ma nel cuore della notte fu destato dal raglio disperato di Otello. Si alzò con la fedele spada Moogat in pugno, ma ahimè era troppo tardi. Di Otello non restava ormai che lo scheletro, e un lacerto di orecchio. Qualcosa lo aveva spolpato in un attimo. Allora Macaroot l’intrepido gridò:

— Tu uomo o donna o bestia o mostro, tu maledetto che mi privasti della preziosa cavalcatura, fatti avanti e conoscerai di che tempra è la mia spada.
Nel buio si udì un rumore di ganasce e della sua spada non rimase che l’elsa.
Macaroottt testardo e temerario, gridò ancora:

— Forse siete stregoni e conoscete qualche maleficio che annienta il ferro, ma io non vi temo, che più duro di ogni metallo è il mio animo battagliero... Si udì una risatina e Macaroot vide davanti a sé le ombre nere dei terribili minicanikiller. Cinque minicanikiller addestrati non più grandi dell’unghia di un pollice, ritti sulle zampe posteriori, in atteggiamento di sfida.

— E voi chi siete? – interrogò Macaroot accendendosi con calma una sigaretta.

Uno dei minicanikiller, per tutta risposta, lo afferrò per un piede e lo fece cadere. Un altro gli torse il naso con le possenti mandibole. Due lo tennero fermo per le braccia e il quinto gli spense il mozzicone in un orecchio.

— Adesso ti mangiamo, bel cavaliere...

Si sentì un rumore di passi pesanti che avanzavano. E con terrore Macaroot vide un plotone di minicanikiller avanzare verso di lui, innalzando vessilli dipinti con mallo di noce, e suonando tromboncini di genziane. Li guidava Tak Cettuk detto Trequintali, largo più di una botte con il petto luccicante di medaglie.

— Sbranatelo, o miei guerrieri — intimò.

Ma Macaroot non era tipo da arrendersi facilmente. A colpi di pugnale si liberò dei minicanikiller che lo inchiodavano al suolo e balzò in piedi. Si accese una sigaretta e fece un passo indietro. Era forte Macaroot, ma anche stratega e astuto.

— O guerrieri — disse — capisco che siete più forti di me. Ma prima che vi saziate delle mie carni, concedetemi l’onore delle armi. Voglio cantare la canzone che ogni cavaliere intona fieramente nel momento della morte. Non privatemi di questo ultimo desiderio.

— Che palle — disse un minicanekiller.

— Mangiamolo e basta — disse un altro.

— Fermi guerrieri — disse il perfido Tak Cettuk — siamo perfidi ma leali. Concedete a questo piccolo umano il suo ultimo desiderio, io vi aspetto da Messere Bonome, ho un lavoretto da svolgere con la sua vacca prena.

— Sì ma dopo gnam gnam — fecero eco in cento.

— Grazie o nobili cinofili — disse Macaroot — canterò per voi lo stornello lenolese-ese. Dura solo un minuto. Ascoltate. Espirò l’ennesima boccata dalla sigaretta e iniziò melodiosamente a fischiare.

I cani ascoltavano, abbastanza indifferenti. All’improvviso uno si eresse in tutti i suoi due centimetri di altezza, gridando.

— Ehi, il bastardo ci sta fregando. Questo fischio è un richiamo per merli...Proprio così. Un frullo di ali annunciò l’arrivo di uno stormo, richiamato da Magaroot. Fin da piccolo, egli era abilissimo nell’imitare gli uccelli.

Quello che ne seguì è troppo cruento perché si possa raccontare. Lo stesso Macaroot chiuse gli occhi per non vedere.Dopo meno di un minuto, lo stormo si alzò in volo sazio e repleto. Al suolo non rimaneva che qualche zampetta e brandelli di coda.

— Otello è vendicato, e la prima impresa è compiuta — disse Macaroot — ma ora che ricordo, Santavomma aveva detto che avrei avuto in dono qualcosa per accedere alla seconda impresa.

— Santavomma aveva ragione — disse un merlo che era rimasto su un albero. Con un breve frullo, passò sulla testa di Macaroot e sganciò dal becco un anello.

— E’ l’anello magico di Cenerentola — disse il merlo — se sei in difficoltà indossalo. Ma attento! Il suo potere cessa a mezzanotte.

- Cavaliere – aggiunse un secondo pennuto - Santavomma ti manda a dire che nel Regno di Re Oo il popolo è in sommossa per le bollette stramaggiorate di Acqualatrina, e dell'acqua neanche l'ombra. Il tuo Re è in pericolo.

— Grazie — disse Macaroot accendendosi una sigaretta.

— Aspetta — disse un terzo merlo – Santavomma ci ha pregato infine di ricordarti che un guerriero della notte non teme il sorgere del sole!
— E cosa voleva dirmi con questa stronzata?
— E chi lo sa! Ma sai com’è fatto Santavomma, lui vuole sempre lasciare la scena con qualche frase ad effetto.

— Va bene ho capito. Grazie di tutto amici pennuti — disse Macaroot.

E quelli per saluto lo riempirono di vari etti di guano multicolore.
Allora Macaroot...
.
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Ser Clandestino
Principe dei Pandozy
Duca della Villa
Signore della Sevici

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Bellissimo.... strabiliante...
ora non vedo l'ora di sapere come farà Macaroot a farsi dare la parola magica da Dommarcello!!
Quella si che è un'impresa...

Anonimo ha detto...

Mi accodo ai complimenti. E' davvero fenomenale questo Macaroot.
Chissa' quante imprese ancora lo separano dall'amore del suo popolo.

Giovanni ha detto...

Una domanda:
Il "Re Oo" starebbe per "Oo" come "Otranto otranto" o come "Zero zero" tipo farina?

Anonimo ha detto...

Credo Oo come Ortona Orte...
...ora tu mi dirai perchè ho usato due città diverse...
...per via delle chiare contraddizioni interne del personaggio!!!

Stoppino Pino ha detto...

Credo sia da leggere Re Oo (zero zero) in quanto come Re non ha mai contato molto.

Anonimo ha detto...

ciao cari amici,
non so se il clandestino lo aveva pensato o forse non c'entra un cazzo ma in germania OO (cioè zero zero) vuol anche dire wc quindi cesso... tutto quello che accoglie su ji strunzi... le azioni dopo si sanno...

abbracci ZioDave