venerdì 9 febbraio 2007

Le imprese di Macaroot - III puntata


Anno del Signore 1349,

un anno prima a Genova giunsero le navi che dal medio oriente portarono con se la peste che in cinque anni farà in Europa venticinquemilioni di morti. Muore la regina Giovanna II di Navarra e le succede Carlo II il malvagio. A Milano era da poco morto Luchino Visconti, avvelenato dalla terza moglie Isabella Fieschi. E mentre la città di Bari viene assediata ed espugnata dall’esercito ungherese guidato da Re Luigi, non lontano dal Regno di Lenola, Città delle Scale Lunghe, nascosta dalla Grande Rava, sul fiume Vallone Che Non C’è Più, dove in un Castellocemento regnava re Oo, detto Oo l’assente, Macaroot, il cavaliere errante, veniva con forza bruta strattonato da un umile, sudicio e prucchioso oste.

- Messere. Messere….sveglia! Si svegli Messere… si svegli!
- Umhhh… grassie, grassie…. sibilò Macaroot ancora in fase rem.
- Ma quale grazie se ancora non...
- Va beh, ho capito ti faccio una ricetta…
- Ricetta?!?… lei mi deve pagare Messere, altro che ricetta!
- Pagare!?!! Ma come?!? Vi ho risolto il problema dell’acqua, ritorno a casa da trionfatore e tu mi chiedi di pagare?
- Ma quale acqua e trionfatore… ma quale casa… che la peste mi colga se ci capisco qualcosa. Senta, qui siamo nella Contea di Pastena… e per la precisione nella locanda del Cappio Laccato… avete mangiato, fumato e bivaccato e ora mi deve esattamente 87 squarau.

Dopo circa due ore Macaroot si rese conto di aver sognato un ritorno da paladino errante, accolto dalla banda di ottoni e da giullari in festa nel Regno di Re Oo. Pagò all’oste quanto dovuto, si accese una sigaretta e riprese il suo viaggio.

L’audace e democratico Macaroot sul suo cavallo Ghibli cavalcò tre giorni e tre notti finchè Ghibli affumicato non disse basta e scappò, e allora Macaroot noleggiò il somaro Otello e con quello somarò altri due giorni e due notti, finché giunse nel bosco di Ambrifi, ove vivevano i terribili e neri minicanikiller al soldo di un cavaliere da tempo fuori da ogni regola e convenienza sociale che aveva abbracciato una vita equivoca divenendo presto cinico, sfrontato e volgare: Tak Cettuk detto Trequintali.

A gli occhi di Macaroot, Ambrifi sembrava un normale bosco, folto e silenzioso. Ma verso notte, iniziò a riempirsi di ombre paurose e misteriosi rumori, mentre un vento gelido fischiava tra i tronchi dei secolari castagni. Macaròt accese un falò, una sigaretta e dopo un frugale pasto a base di castagne si accese un’altra sigaretta. Poi la spense e si mise a dormire.

Ma nel cuore della notte fu destato dal raglio disperato di Otello. Si alzò con la fedele spada Moogat in pugno, ma ahimè era troppo tardi. Di Otello non restava ormai che lo scheletro, e un lacerto di orecchio. Qualcosa lo aveva spolpato in un attimo. Allora Macaroot l’intrepido gridò:

— Tu uomo o donna o bestia o mostro, tu maledetto che mi privasti della preziosa cavalcatura, fatti avanti e conoscerai di che tempra è la mia spada.
Nel buio si udì un rumore di ganasce e della sua spada non rimase che l’elsa.
Macaroottt testardo e temerario, gridò ancora:

— Forse siete stregoni e conoscete qualche maleficio che annienta il ferro, ma io non vi temo, che più duro di ogni metallo è il mio animo battagliero... Si udì una risatina e Macaroot vide davanti a sé le ombre nere dei terribili minicanikiller. Cinque minicanikiller addestrati non più grandi dell’unghia di un pollice, ritti sulle zampe posteriori, in atteggiamento di sfida.

— E voi chi siete? – interrogò Macaroot accendendosi con calma una sigaretta.

Uno dei minicanikiller, per tutta risposta, lo afferrò per un piede e lo fece cadere. Un altro gli torse il naso con le possenti mandibole. Due lo tennero fermo per le braccia e il quinto gli spense il mozzicone in un orecchio.

— Adesso ti mangiamo, bel cavaliere...

Si sentì un rumore di passi pesanti che avanzavano. E con terrore Macaroot vide un plotone di minicanikiller avanzare verso di lui, innalzando vessilli dipinti con mallo di noce, e suonando tromboncini di genziane. Li guidava Tak Cettuk detto Trequintali, largo più di una botte con il petto luccicante di medaglie.

— Sbranatelo, o miei guerrieri — intimò.

Ma Macaroot non era tipo da arrendersi facilmente. A colpi di pugnale si liberò dei minicanikiller che lo inchiodavano al suolo e balzò in piedi. Si accese una sigaretta e fece un passo indietro. Era forte Macaroot, ma anche stratega e astuto.

— O guerrieri — disse — capisco che siete più forti di me. Ma prima che vi saziate delle mie carni, concedetemi l’onore delle armi. Voglio cantare la canzone che ogni cavaliere intona fieramente nel momento della morte. Non privatemi di questo ultimo desiderio.

— Che palle — disse un minicanekiller.

— Mangiamolo e basta — disse un altro.

— Fermi guerrieri — disse il perfido Tak Cettuk — siamo perfidi ma leali. Concedete a questo piccolo umano il suo ultimo desiderio, io vi aspetto da Messere Bonome, ho un lavoretto da svolgere con la sua vacca prena.

— Sì ma dopo gnam gnam — fecero eco in cento.

— Grazie o nobili cinofili — disse Macaroot — canterò per voi lo stornello lenolese-ese. Dura solo un minuto. Ascoltate. Espirò l’ennesima boccata dalla sigaretta e iniziò melodiosamente a fischiare.

I cani ascoltavano, abbastanza indifferenti. All’improvviso uno si eresse in tutti i suoi due centimetri di altezza, gridando.

— Ehi, il bastardo ci sta fregando. Questo fischio è un richiamo per merli...Proprio così. Un frullo di ali annunciò l’arrivo di uno stormo, richiamato da Magaroot. Fin da piccolo, egli era abilissimo nell’imitare gli uccelli.

Quello che ne seguì è troppo cruento perché si possa raccontare. Lo stesso Macaroot chiuse gli occhi per non vedere.Dopo meno di un minuto, lo stormo si alzò in volo sazio e repleto. Al suolo non rimaneva che qualche zampetta e brandelli di coda.

— Otello è vendicato, e la prima impresa è compiuta — disse Macaroot — ma ora che ricordo, Santavomma aveva detto che avrei avuto in dono qualcosa per accedere alla seconda impresa.

— Santavomma aveva ragione — disse un merlo che era rimasto su un albero. Con un breve frullo, passò sulla testa di Macaroot e sganciò dal becco un anello.

— E’ l’anello magico di Cenerentola — disse il merlo — se sei in difficoltà indossalo. Ma attento! Il suo potere cessa a mezzanotte.

- Cavaliere – aggiunse un secondo pennuto - Santavomma ti manda a dire che nel Regno di Re Oo il popolo è in sommossa per le bollette stramaggiorate di Acqualatrina, e dell'acqua neanche l'ombra. Il tuo Re è in pericolo.

— Grazie — disse Macaroot accendendosi una sigaretta.

— Aspetta — disse un terzo merlo – Santavomma ci ha pregato infine di ricordarti che un guerriero della notte non teme il sorgere del sole!
— E cosa voleva dirmi con questa stronzata?
— E chi lo sa! Ma sai com’è fatto Santavomma, lui vuole sempre lasciare la scena con qualche frase ad effetto.

— Va bene ho capito. Grazie di tutto amici pennuti — disse Macaroot.

E quelli per saluto lo riempirono di vari etti di guano multicolore.
Allora Macaroot...
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Ser Clandestino
Principe dei Pandozy
Duca della Villa
Signore della Sevici

martedì 6 febbraio 2007

Le imprese di Macaroot - II puntata


Quando il nostro paladino Macaroot spalancò la pesante porta alla locanda del temibile conte di Cagliostro erano seduti in ordine crescente di tasso alcolico: Cumpà Claudio detto “accattatelle”, il mago Eric il germanico, detto semplicemente “il mago”, Diego Pablo lo Scardusceju, famelico templare di catalunha, Felix il musicante, Henry Francis Happyhour e Saint Gelard l’uomo morra, terribile spugna, in grado di prosciugare le riserve dei bar della contea e di quelle limitrofe in una sola notte. Alcuni, per non far capire che parlano di lui usano appellativi come “Vileda” o “Asciugatutto Daino”. Dirigeva la gara, da dietro il bancone, Daniel Natalius I, figlio del buon Norperso, uno dei tre cavalieri del re Oo. Gli altri erano Norvanni e Norarnaldo, cui era affidata la cura della potentissima spada autovelox e del cavallo punto, famoso per via del suo colore bianco e blu, invece che nero, e la testa a sirena intermittente.

La quiete venne subito rotta, dalla avida voglia di Saint Gelard di confrontarsi con chiunque nella sua arte, ma questa volta non aveva valutato il valore di chi gli stava di fronte. La locanda, in quel momento gremita, si svuotò delle ben due persone sedute ai tavoli.

- Macaroot, ci vi? -L’urlo di Saint Gelard, già sull’orlo di un coma alcolico, turbò il quarto d’ora di saluti e baci.

- Ci vengo - rispose Macaroot, per niente intimorito. E in un attimo la tempesta di quattro,sette e otto, di “ancheperteragazzo ” e tutta la morra, sommerse il cagliostro e tutta la mulattiera circostante, tracimando per le strade e animando i vecchi vicoli silenti. Le mani, le braccia e le dita si susseguivano vorticosamente, i fiumi di birra e di vecchia romagna scorrevano dal bancone al centro della sala. E lì Macaroot, dopo essersi acceso, sfregandola contro i baffi, la trentesima sigaretta dello scontro, gridò:

- Tutta la maniii- e Saint Gelard, guardando il suo pugno chiuso sul bicchiere di peroni, non resistette e stramazzò a terra. Fu portato via dai suoi scagnozzi a bordo di una cariola con frigo bar e guida a destra, ereditata dal padre morto in un pub di Londra per aver bevuto accidentalmente un bicchiere d’acqua. Quegli inglesi tenevano davvero alle tradizioni e lo affogarono nel cappuccino del compagno, erano le nove del mattino. Da quel giorno il giovane Saint Gelard decise che non avrebbe più bevuto acqua, in memoria del padre. Ci riusciva egregiamente.

Allora, Macaroot, si avvicinò al bacone, prese l’oste Daniel, per il pesante bavero di fustagno e gli chiese dove fosse il bagno. Quello gli rispose, che era desolato, ma non c’era l’acqua e il bagno era chiuso.

L’acqua? Il nostro eroe aveva davvero sentito bene? Nella sua contea mancava l’acqua? Il suo pistolino era ora costretto a farla contro il muretto di pietra, dall’altro lato della strada, laddove il sole non batte mai e le più temibili creature del regno trovano il connubio con il freddo mondo delle tenebre. In pratica Macaroot non aveva nessuna intenzione di gelarsi le palle.

- E’ una cosa indegna- esclamò – io dico che il castello di cristallo di don Marcello può attendere. Darò l’acqua a Lenola! Al costo di portarcela con le orecchie! -

- Cala ca vinni! I piscia chiu d là, ‘mbecill, ca la stai a fa ngoppa aju vasilcu!!! – urla un marrano dal balcone. Ma Macaroot già ha chiuso la zip ed è a cavallo alla volta degli Aurunci, dove nemmeno Andreotti il gobbo era riuscito a tornare vincitore.

Toloclop, toloclop, toloclop, riecheggiavano gli zoccoli nella foresta fatata di Trelle.

Telochiap, telochiap, telochiap, ridacchiavano le zoccole nella foresta mica poi tanto fatata di Trelle. Ma Macaroot, impassibile, in sella al suo destriero lanciato al galoppo, procedeva spedito e fiero, la missione era delle più delicate: convincere la gentile signorina rimorchiata poco prima ad accettare 5 squarau per l’intero servizio.

Infatti, la signorina, nemmeno tanto gentilmente, non accettò, e Macaroot maledisse la Philips Morris, il tabacco e la paghetta troppo bassa del Re Oo e riprese, stavolta al trotto, la strada degli aurunci, dove l’attendeva la notte e chissà quali insidie.

Giunse alle grotte di Pastena all’imbrunire e già i pipistrelli disegnavano i loro strani intrighi nell’aria. Era troppo tardi per fare qualsiasi cosa e quindi il nostro eroe decise di andare a dormire alla taverna del cappio laccato in oro, perchè quella del cappio d’oro 750, forgiato dall’artigiano Fasooolo, costava troppo.

Macaroot toccato il cuscino, che una volta, tanto tempo fa, era stato bianco, ma che ora aveva assunto un marroncino abete comunque niente male, si addormentò di sasso. La notte passò convulsa tra voli di pipistrelli e il crepitio delle coppiette nelle altre stranze e sotto il letto. Verso il mattino Santavomma, il potente oracolo, gli apparve in sogno, con la sua padellona in testa. Santavomma non parlò dormiva anche lui di un sonno pesante che solo gli oracoli riescono ad avere.

A quel punto Macaroot si svegliò grondante di sudore e subito sgaiattolò giù lungo la grondaia per non pagare il conto. Era l’alba e quando se ne accorse, il nostro paladino si riattaccò alla grondaia e andò a farsi altre tre orette di sonno. Dopo qualche tempo che si era assopito Macaroot risognò Santavomma che stavolta gli diceva: “Alzati, sono le dieci, Alzati, sono le dieci, Alzati, sono le dieci. – e poi aggiunse - Questa sveglia fatata vi è stata offerta da ‘La spada di fuoco’ officina artigiana di Goffredo e figli via Appia ottantunesimo paracarro. Goffredo e figli, le migliori spade per i vostri peggiori nemici.”

- Santavo’ ma che è?- chiese Macaroot nel torpore del sogno

- Zitto va. - rispose Santavomma - Che si deve fa’ per campare, caro Macaroot. Mi danno 1 squarao ogni persona che sveglio. Anzi fammi andare che butto giù dal letto quel nullafacente di Carmelinooo l’alchimista. Ma tanto è solo tempo perso. Il massimo che riesco a fare è farlo girare dall’altro lato.

Le grotte di Pastena erano chiuse per restauro ma Macaroot, fece valere subito la sua arte diplomatica, e dietro la minaccia di una alabardata il geometra del posto acconsentì affinché Macaroot passasse.

Le grotte erano veramente immense il picco delle cornamuse precedeva di poco la valle delle cascate e poi proseguiva verso le sabbie mobili. Spada in pugno Macaroot riuscì a pestare ventimila metri cubi di guano e quasi decapitarsi con una stalattite. O stalagmite? Non lo sapeva. Comunque quando fu in fondo scoprì che le sabbie mobili non erano fatte di sabbia né di fango e che lì la grotta finiva in un lago smeraldo bellissimo e grandissimo.

Quindi calcolando la parallasse, la distanza dai poli e predicendo il secondo estratto sulla ruota di Napoli capì che se avesse fatto un buco nella roccia avrebbe portato l’acqua direttamente a Lenola. Così, raccogliendo tutte le sue forze bucò la montagna creando una crepa che subito si allargò in turacciolo, poi in tombino, poi in una botte fino a diventare un buco di venti metri di diametro, da cui l’acqua dell’immenso lago tracimò in meno di tre nanosecondi. Affacciandosi dall’enorme spaccatura nella montagna si vedeva nettamente Ceprano e la valanga d’acqua che ora stava per colpirla.

Non c’era tempo da perdere, Macaroot mise le mani alla bocca e fischiò al suo fedele destriero. Il quale fulmineo corse verso il padrone prendendo il sentiero turistico ed evitando le enormi cisterne di guano in cui il padrone si era tuffato poco prima. Così sopra al suo potente cavallo lanciato al galoppo, Macaroot riuscì a superare il fiume in piena e, imbracciato l’arco, a sparare i trenta cordoli della 3M milano che sempre portava nella faretra.

Il fiume d’acqua, costretto a mettere la prima per non lasciarci le sospensioni, giunse alle porte di Ceprano, a soli 20 km/h, sufficienti solo ad abbattere alcuni caseggiati e da allora nella città poterono bere senza problemi, pisciare senza problemi e vendere l’acqua a Lenola per 100 squarau il secchio. Senza problemi. Per molti e molti anni a venire.

Macaroot tornò a Lenola in trionfo, la banda i giullari e persino i Savoia rettori del famoso e un pò caretto, bordello della foresta fatata di Trelle gettavano fiori lungo Mangiavacca, ballavano, cantavano e organizzavano sagre di zuppa e fave e sacrifici di caprettoni per festeggiare il ritorno del paladino. L’unico che non esultava era il Marrano e il suo basilico. Il secondo perché ormai era secco e il primo perché non aveva potuto ancora farsi una doccia.

Lord Carmelin of the hill
signore di Vignore
padrone dell'impero
vassallo della sevici

lunedì 5 febbraio 2007

Le scuse del presidente Bush

Ottima riuscita della missione diplomatica in America da parte del Dott. Franz Hanz. L'esimio scienziato ha avuto le scuse da parte del presidente americano.
Per motivi di tempo riportiamo soltanto quanto dichiarato dalle agenzie di stampa, in quanto il dott. Franz Hanz Albert è veramante molto stanco dopo le lunghe ore di aereo e lo scalo a Cuba.



ANSA - Roma ore 11:54. Atterrato Boing con a bordo dott. Prof. Hanz Franz Albert dopo trasferta in America per il caso Mr. Coool (il primo sperimentatore della moto a reazione, interamente ecologica). Intervistato, il Prof., si è detto contento del colloquio con Bush, il quale, consentirà a Mr. Coool tutti gli esperimenti che vuole, ma lontano dai centri abitati.


REUTERS - Washington ore 08:30 PM ECT. Terminata cena di stato tra il prof. Hanz Franz. alcuni scienziati della NASA e J W Bush. Il presidente ha ascoltato quanto il prof. hanz aveva da dire addormentandosi una sola volta. Al termine della cena ha posto le proprie scuse per le parole dei giorni scorsi contro Mr. Coool, aggiungendo, nella conferenza stampa: "Mr. Coool non è una nuova Mururoa".

sabato 3 febbraio 2007

Strano, ma vero!

Dopo Aver letto l’articolo del Dott. Franz Hanz Albert, apparso sul 2° numero dello Scoppolino, dove si faceva riferimento allo sviluppo del primo prototipo di macchina a Gas naturale, Mr. Coool, un cinquantenne della Florida, ha cominciato a fare insoliti esperimenti. Purtroppo i test di cui Mr. Coool si sta facendo promotore stanno alzando polveroni politici. Proprio domani il Dott. Franz Hanz è stato convocato oltreoceano dove verranno discussi alla Casa Bianca possibili provvedimenti. Ila. Mar.

venerdì 2 febbraio 2007

Le imprese di Macaroot - I puntata


Anno del Signore 1349


Nel regno della Luna Malinconica, nei territori di Knobas, oltre la palude di Korkashmull dove ogni notte il viscido Pitone Guardone esce a insidiare le coppiette, c’è la catena dei Monti Hudranabara, e attraverso il passo delle Neve Nera si arriva alla valle della Sfinge, dove sta il castello del crudele re Uruk.Ma questo non c’entra un cazzo con la nostra storia.

In realtà la nostra storia si svolge nel Regno di Lenola, nella città delle Scale Lunghe, nascosta dalla Grande Rava, sul fiume Vallone Che Non C’è Più, dove in un Castellocemento regnava re Oo, detto Oo l’assente.Oo era figlio di Oook il Partigiano e di Ooa l’ostetrica, nonché discendente della stirpe di Oooooonoos, che regnava da anni sul regno di Lenola.

Oo aveva un discepolo che si chiamava Macaroot. Fumatore incallito era anche il cavaliere più ardito, valoroso e democratico del paese, ma aveva un cruccio.Non aveva ancora fatto niente di ardito e valoroso.

Il fatto è che nel regno di Lenola non c’erano né briganti malvagi né draghi da affrontare né tantomeno principesse da salvare. Era un reame tranquillo, e l’evento più scellerato mai accaduto a memoria d’uomo, era stata la Gran Zuffa del Carnevale del 1258.

Quindi Macaruuuh, che aveva come prerogativa il cambiare il nome a seconda dell’umore era triste.

Il re Oo lo convocò e gli chiese:— Cosa ci fai tu qui?

Non lo chiamavano Oo l’assente per niente.

— Tu mi hai fatto chiamare — disse Macaroot accendendosi una sigaretta un po’ arrabbiato.

— Ah sì, ora ricordo — disse Oo — mi hanno detto che sei triste. Perché figliooo? Cosa ti manca? Proprio il mese scorso ti regalai ventisei nani perché tu potessi abbatterli a alabardate per quel gioco che chiami Play Prevention. Vuoi altri nani? Vuoi curare e poi condannare a morte qualcuno? Vuoi soldi per accattarti le sigarette?

— O mio Sire — sospirò Macaroot — io sono un giovane ardito temerario e democratico. Ti sembra che possa essere contento di passare il mio tempo a storpiar nanetti, a curar malati e ad accattarmi le sigarette?

— Noo — disse Oo.— Perciò ti chiedo il permesso di andarmene dal regno per un anno, in avventuroso peregrinare, a compiere qualche impresa eroica in cui possa difendere i deboli per tornare onusto di gloria e sanguinante di preda, con una bella principessa al fianco.

— Booh. Se è questo che vuoi — disse Oo — ma bada, voglio una vera impresa. Qualcosa di cui si parli in tutto il regno di Lenola, ma anche oltre il Vallone Che Non C’è Più e le montagne di Carduso e il regno dei Pomodori di San Martin’s e le piane di Trella e il deserto di neve delle Fosse di Ambrifi, e...

— Va bene — disse Macaroot spegnendo la sigaretta— chiederò consigliò al saggio stregone Santavomma. E si accese una sigaretta.

— Vai con Dooog e soprattutto, non cadere nella deriva populista — disse Oo, e riprese a dormire.

Macaroot, ordunque, si recò nella grotta del stregone Santavomma, che non si trovava sotto la Cascata di Forfora nel Vallone Che Non C’è Più ma sotto una rava del Piccolo Chiavatore.

Santavomma sedeva in meditazione al centro della grotta, e un getto d’acqua gli trapanava direttamente il cranio. La grotta era bucata. Ma lo stregone era superiore a certe cose, e soprattutto aveva in testa una padella.

— O Santavomma, grande sciamano, tu che parli con Oong e Moong i transdemoni eonici, ascoltami.

— Non sento, ho il rumore di questa maledetta cascata in testa — rispose Santavomma.

Allora Macaroot spense la sigaretta, si caricò in spalla Santavomma e lo portò all’asciutto. Puzzava di acqua putrida e pesci morti, ma era pur sempre il grande sciamano.

— Grazie cavaliere — disse Santavomma — in cosa posso esserti utile?

— Vorrei compiere un’impresa temeraria e democratica a difesa dei deboli, senza cadere nella deriva populista, ma facendo in modo che tutti ne parlino, per poi raccogliere i fatti in un libro, possibilmente un bestus sellerus.

— Uhm — disse Santavomma — non è facile. Tutto ormai è stato detto scritto, ribadito e serializzato. Ma forse posso darti qualche idea. Potresti iscriverti a una università di maghi.

— E chi interesserebbe una storia così?

— Hai ragione. Dunque se ben rifletto, in questi strani tempi, se vuoi compiere un’impresa di cui si parli, servono tre cose. Uno scenario giallo noir o thrilling, possibilmente noioso. Un serial killer con un difetto fisico. Il graal.

— Stregone, veramente io non capisco — disse Macaloot tra una boccata e l’altra.

— Mi spiego meglio: anzitutto ci deve essere un assassinio, e la vittima, prima di morire deve scrivere con sangue, bava, feci o altro liquame adatto, una frase criptica, da decifrare. Poi deve arrivare un investigatore, possibilmente umano comprensivo e dialettale. Deve esserci una donna misteriosa. Un cattivo con l’aspetto malaticcio e maniacale. Un cane assassino che deve ammazzare almeno sei persone, meglio se donne. Non sarebbe male se, durante la storia, si scoprisse qualche crimine partigiano ai danni di qualche incolpevole fascista. Poi ci deve essere almeno un paio di templari, un cabalista, e naturalmente il Graal.

— E difendere i deboli?

— Quella non è più incombenza per cavalieri, tutt’al più per qualche gruppo di volontariato.

— Sciamano Santavomma — disse Macaloot deluso — hai bevuto ancora una pozione allo stramonio?

— Ti dico che le cose vanno così. Perché non mi credi?

— Uffa, grande stregone. Sono venuto da te per avere da te magici consigli e mi hai raccontato un sacco di corbellerie. Me ne vado.

E si accinse a farlo tra una sigaretta e l’altra. Ma Santavomma lo fermò con voce decisa.

— Aspetta mio bel principino... ora che ci penso, posso consultare l’oracolo di Gooooogle.

— Ma che cazzo di nome. Ci vuole molto?

— Non tanto... basta connettersi...

— Come hai detto?
— Voglio dire, basta entrare in trance... ma ultimamente, ogni volta che mi conne... cioè che consulto l’oracolo mi viene un gran mal di testa e devo comprare tisane analgesiche e costosissime con cui curarmi...

— Va bene, ho capito, avido Santavomma — disse Macaloot — quanto vuoi?

— Cinquanta squarau...

— Cinquanta squarau? Ma è la mia paghetta settimanale... che razza di tisane usi?

— Alchemiche, fatte con erbe rare e tritate nel plenilunio con pestello d’oro... facciamo quaranta squarau con lo sconto per Grandi Imprese.

Macalooot trasse dalla gabbietta che portava sotto il mantello quaranta squarau che si misero a correre velocemente sul pavimento. Lo sciamano ne assaggiò subito uno.

— Cosa c’è, non ti fidi? — chiese offeso Macaloot spegnendo con la scure la sigaretta.

— No, non mi fido. L’ultimo templare che è venuto qui mi ha fregato. Invece di dodici squarau mi ha pagato con dodici squarofluf. Due notti di colica e incubi...

— Sono un cavaliere stolidamente onesto e leale — disse Macaloot — su,dammi il tuo responso...

— Spengo la candela. Devo fare buio — disse lo sciamano...
— Sì, ma tieni le mani a posto. So che sei sessualmente ondivago.
— Calunnie. Senti questo rumore? Vedi questa luce azzurrata? Ecco, mi sto collegando. Ora il grande Gooooo mi dirà cosa fare. Digito la magica formula: www.grandimprese.org. A me a me, forze delle Fibre Celesti. Ecco il responso.

Dunque ci sono attualmente dodici Grandi imprese ancora da compiere nel Territorio Occidentale e sette in quello Orientale.

— Le più vicine?

— Sono tre. Le vuoi compiere tu tutte e tre?

— Sì, una sola non basta. Tre e, tutti parleranno di me. Disse il cavaliere accendendosi una sigaretta avidamente.

— Allora devi combattere con le guerriere nere del bosco di Ambrifi. Esse ti daranno l’anello fatato per entrare nel castello di Cristallo di Dommarcello, lo sciamano dei cavalli. Dovrai affrontarlo e farti dare la parola magica per aprire la grotta delle Nuvole e lì uccidere il drago Ballerinus Sarkany, e attento al cane assassino del perfido e untuoso Tak Cettuk... Naturalmente, in alternativa, potresti trovare il graal.

— Non ci penso nemmeno. Benedicimi, grande Santavomma.

— Vai con Doog. E ricordati. Un guerriero della luce non teme il tramonto.

— Cosa vuol dire questa stronzata?

— Non lo so, ma devo chiudere la scena con una frase significativa della mia saggezza...

— Puoi fare di meglio.

— Aspetta... dunque, attento a non cadere nella deriva populista.

— Va bene ho capito, saggio Santavomma. Vado e ti mando una cartolina.

Fatto ciò salì sul suo cavallo, si accese una sigaretta e sapete cosa fece?

Se volete sapere cosa fece Macaroot, e come pros e la storia, n perde itro vate lo web t o. A pre …. ! ?…..ac bot


Ser Clandestino

Principe dei Pandozy

Duca della Villa

Signore della Sevici

giovedì 1 febbraio 2007

"Inno alle mani" di Ilario


Queste mani sono uno spettacolo di musica,
una trama di amici,
maghi e nani senza tunica

Il neonato delle mani non sa che farne
le mani
bensì
hanno già mosso il mare

L’uccello invece delle mani ha preferito le ali,
in cielo le mani catturano lucciole
ingabbiano il buio
poi liberano le dita,
le dita fra le crepe snidano una formica

Sulle mani spalmiamo crema,
con le mani apriamo il portafoglio
con le dita prendiamo il soldo,
nelle dita infiliamo cerchi di promesse
sulle unghie pennelliamo ali rosse

Le dita accarezzano la tenerezza
le mani schiaffeggiano la rudezza

Le dita sono gli attrezzi:
chiudono buchi
pizzicano corde
indicano posizioni
e ti mandano a quei posti
- alt -
cinque punte stese al cielo,
- bravo -
colpi vermigli sulle mani

Le mani sono la maschera della vergogna
le dita i numeri della preistoria.